La bancarotta dei liberal è il momento della verità per il Gop
Le macroscopiche difficoltà, non soltanto tecniche, dell’Obamacare, e i negoziati nucleari, non soltanto ginevrini, con l’Iran sono i simboli della “bancarotta del liberalismo contemporaneo”, scrive l’intellettuale neocon William Kristol sul Weekly Standard. E’ un’opinione che viaggia contromano rispetto al flusso delle deduzioni politiche dopo la limitata ma significativa tornata elettorale di martedì: a New York ha trionfato Bill de Blasio, epigono di una sinistra populista e ostile ai compromessi; dalla Virginia all’Alabama i candidati del Tea Party sono stati sconfitti, pagando un caro prezzo elettorale per l’intransigenza nel dibattito al Congresso sullo shutdown e sul tetto del debito.
7 AGO 20

New York. Le macroscopiche difficoltà, non soltanto tecniche, dell’Obamacare, e i negoziati nucleari, non soltanto ginevrini, con l’Iran sono i simboli della “bancarotta del liberalismo contemporaneo”, scrive l’intellettuale neocon William Kristol sul Weekly Standard. E’ un’opinione che viaggia contromano rispetto al flusso delle deduzioni politiche dopo la limitata ma significativa tornata elettorale di martedì: a New York ha trionfato Bill de Blasio, epigono di una sinistra populista e ostile ai compromessi; dalla Virginia all’Alabama i candidati del Tea Party sono stati sconfitti, pagando un caro prezzo elettorale per l’intransigenza nel dibattito al Congresso sullo shutdown e sul tetto del debito (al cui fondo, è bene ricordarlo, c’era sempre la disputa sull’Obamacare).
Il trionfo dei conservatori è arrivato soltanto in New Jersey, con un governatore pragmatico come Chris Christie che ha costruito la rielezione sul realismo politico e ha pescato voti nei bacini demografici dove il Partito repubblicano fatica di più a livello nazionale: donne, giovani e minoranze etniche. Kristol legge l’apparente sfilacciamento della destra come l’occasione suprema per riunire le forze e organizzare un fronte credibile per contrastare la leadership della Casa Bianca, autoritaria sulle vicende domestiche e accomodante con gli avversari: “I liberal odierni sono felici di usare il potere dello stato per ‘orientare’, per non dire perseguitare, i cittadini americani, mentre rigettano l’esercizio del potere all’estero, preferendo assecondare, per non dire fare appeasement, i nemici della nazione”, scrive il direttore del Weekly Standard.
Quello che può apparire come un frangente nero del conservatorismo americano è, in realtà, “il momento della verità”, quello in cui le anime della destra hanno l’occasione per ricompattarsi attorno ai due poli fondamentali dell’atteggiamento della Casa Bianca: l’estensione dello stato federale, tendenza incarnata dall’Obamacare, e la volontaria discesa dal podio degli affari globali, simboleggiata dalla docilità verso Teheran. L’articolo in cui Eli Lake e Josh Rogin del Daily Beast spiegano che l’allentamento delle sanzioni al regime degli ayatollah è iniziato mesi fa, molto prima della ripulitura di Hassan Rohani nel suo tour onusiano e del conseguente appeasement telefonico con Obama, conforta la tesi di Kristol: i negoziati nucleari sono i frutti di una scelta strategica precisa, non le risultanti incidentali di aperture impreviste da parte di Teheran.
Il doppio forno della Casa Bianca offrirebbe le condizioni perfette per un’offensiva strutturata del Gop, se soltanto il partito non fosse spaccato in una serie di rivoli e correnti in conflitto fra loro e separabili secondo due atteggiamenti politici di fondo, uno orientato alla lotta e uno al governo. Ma anche su questo Kristol si discosta dall’opinione prevalente, quella che annuncia l’irreversibile processo di dissipazione delle energie conservatrici: “I repubblicani ovviamente non possono soltanto opporsi. Hanno bisogno di un’agenda positiva sia in politica interna sia in politica estera. Ma nell’immediato il servizio cruciale che il Gop può rendere al paese è fermare l’Obamacare e il programma nucleare iraniano. Alla fine il Gop dovrà essere in grado di governare, ma la resistenza precede il governo”. I due “centri di gravità” della politica obamiana possono così diventare i catalizzatori di un movimento di unificazione in grado di sfruttare le debolezze democratiche. Sul National Journal l’analista politico Ron Brownstein osserva che i flussi dei voti dell’election day di martedì mettono in luce l’incapacità del Partito democratico di convincere gli elettori bianchi che l’estensione dei poteri dello stato è la soluzione dei problemi del paese. Anche su questo punto s’innesta la chiamata alle armi di Kristol.